una via per l'impero
2026
Progetto culturale in armonia con l'iscrizione dell'Appia Antica, Regina Viarum, nel patrimonio mondiale UNESCO
L’Appia Antica, leggendaria Regina Viarum e oggi orgoglio del Patrimonio Mondiale UNESCO, torna a splendere come cuore pulsante della nostra identità nel progetto promosso dall’Associazione 'Ambiente e Cultura Mediterranea'. Quest’opera monumentale non è solo un’infrastruttura millenaria, ma un asse vitale che ha saputo congiungere la cultura latina repubblicana con l’Oriente mediterraneo, facendosi portavoce di un’eredità ingegneristica senza eguali. Attraverso una narrazione che percorre l’Ager Campanus, il Sannio e l’Apulia, l’indagine esplora l’eccellenza tecnica romana, le sue evoluzioni urbanistiche e il ruolo della Via come vettore universale di idee, fedi e tradizioni. Questa ricerca scientifica, che culminerà nel prestigioso Premio 'Fernand Braudel' 2026, rappresenta una sfida entusiasmante: onorare il passato per generare un nuovo modello di sviluppo sostenibile e un turismo di qualità capace di esaltare le radici profonde dei nostri territori.


Logo del progetto
“L’Appia Antica. Una Via per l’Impero”.
Laura Bruno, Iconografia e simbolismi dell’Appia antica, 2026.
L’insieme storico-culturale dell’Appia è rappresentato da tre elementi iconici: il Mausoleo di Cecilia Metella, simbolo dell’Appia e della sua architettura lungo il tracciato; il basolato, espressione dell'ingegneria romana, indica la solidità e robustezza della infrastruttura; l’acquedotto romano, rivela l’elevata competenza in ingegneria idraulica dei romani e l’alberazione dei pini, simboleggia il viaggio e la continuità paesaggistica; il segmento inferiore a “V” ci associa alla parola “Via”, quello superiore “˄”, con il vertice verso, il sole significa “Appia”; lo spazio romboidale definito dalla “V” e dalla “ʌ” rappresenta la cultura ellenistica entro la quale si inserisce incisivamente quella latina con la costruzione dell’Appia verso l’Oriente, mentre il sole rappresenta l’impero che sta sorgendo.


Via Vitulanese 104 - Montesarchio (BN)

Largo Capone, Teatro comunale
82011 Airola (BN)
Rassegna stampa
Vincenzo Guarracino
Poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.
Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (ER, Como 1979), Dieci inverni (Book Editore, Castel Maggiore, 1989), Grilli e spilli (Fiori di Torchio, Seregno, 1998), Una visione elementare (Alla Chiara Fonte, Viganello, Svizzera, 2005); Nel nome del Padre (Alla Chiara Fonte, Viganello, Svizzera, 2008); Baladas (in lingua spagnola, Signum, Bollate, Mi, 2007); Ballate di attese e di nulla (Alla Chiara Fonte, Viganello, Svizzera, 2010); L’Angelo e il Tempo e altri poemetti (Book Editore, Ro Ferrarese 2022), Fiori e altri incanti (Di Felice Edizioni, Martinsicuro 2023).
In prosa, ha pubblicato L’Angelo e il Tempo. Appunti sui dipinti della chiesa di Ceraso, Sa (Myself, Como 1987).
Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (Oscar Mondadori, Milano 1986), Guida alla lettura di Leopardi (Oscar Mondadori, Milano 1987 e 1998) e inoltre le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, Bompiani, Milano 1989; Mastro-don Gesualdo, Bompiani, Milano 1990; Novelle, Bompiani, Milano 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, Bompiani, Milano 1998), l’antologia Leopardi, 1991, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte, 1993 e 1998, l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.
Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, Aragno, Milano 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (Aragno, Milano 2006), il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani di Leopardi (La Nave di Teseo, Milano 2021), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).
Nel 2010 ha pubblicato Lario d’arte e di poesia. In gita al lago di Como in compagnia di artisti e scrittori e una biografia di Antonio Ranieri, Un nome venerato e caro. La vera storia di Antonio Ranieri oltre il mito del sodalizio con Leopardi.
Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (Bompiani, 1991; nuova edizione 2009), dei Poeti latini (Bompiani,1993), dei Carmi di Catullo (Bompiani, 1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (Mimesis, 1988 e 2005), dei versi latini di A. Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (Mimesis, 2006), Poeti latini cristiani dei primi secoli (Mimep Docete, 2017).
Ha curato inoltre le antologie Infinito Leopardi (testi di poeti contemporanei, 1999), Il verso all’infinito. L’idillio leopardiano e i poeti italiani alla fine del Millennio (Marsilio, 1999), Interminati spazi sovrumani silenzi. Un infinito commento: critici, filosofi e scrittori alla ricerca dell’Infinito di Leopardi (Stamperia dell’Arancio, 2001).
Presso Puntoacapo, nel 2014 ha curato l’antologia L’amore dalla A alla Z. I poeti italiani e il sentimento amoroso, nel 2016 Il fiore della poesia italiana, tomo I – Otto secoli, nel 2020 l’antologia Il fiore delle lacrime (con postfazione di Carlo Di Legge).
Per Di Felice Edizioni, ha curato le antologie Lunario di desideri (2019), Poeti per l’infinito (2019) e Una furtiva lacrima. Poeti al tempo del dolore (2020).
Per la critica d’arte, si è occupato dell’opera, tra gli altri, di Luca Crippa (Castelli di carta. Tra disegni, collages e polimaterici di Luca Crippa, 2002), di Giorgio Larocchi (Sulle tracce di un “disegno perduto”. Giorgio Larocchi pittore, 2007), di Mario Benedetti (In un regno notturno e labirintico, 2008), di Valerio Gaeti (Reggo lo specchio alla natura, 2014), di Claudio Granaroli.
È inoltre autore di una monografia sul regista e drammaturgo Bernardo Malacrida (Il teatro tra passione e missione, 2008), ha pubblicato la biografia Antonio Spallino, Uomo, amministratore, sportivo e intellettuale (Casagrande, Milano-Lugano 2013), di Roberto Sanesi (Roberto Sanesi. Un poeta del secolo scorso. Puntoacapo, Pasturana 2017), di Gilberto Finzi (Gilberto Finzi. Parole a guardia del futuro, Puntoacapo, Pasturana 2020), di Federico Roncoroni (Federico Roncoroni. Ricordando i Maestri, gli allievi, i colleghi, gli amori, New Press Edizioni Como 2023), di Curzia Ferrari (Curzia Ferrari. Tutto o niente, Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero No, 2017).
Nel 2011 è uscita in Spagna un’antologia della poesia leopardiana, curata assieme ad Ana Marìa Pinedo Lòpez, col titolo El infinito y otros cantos, e nel 2012 l’antologia Giovanni Pascoli. Poesia esencial.
Ha fondato e fa parte di Giurie di Premi letterari: tra i tanti, del Premio “Angeli nel cielo del Cilento” (Ceraso, Salerno), del Premio San Pellegrino (Bergamo), del Premio Camaiore (Lucca), del PontedilegnoPoesia (Brescia).
Collabora a quotidiani (tra i quali, Avvenire e Osservatore) e riviste (L’Immaginazione, Fermenti), con articoli di letteratura e di arte.
Sulle orme di Orazio, lungo la Regina Viarum
di Italo Abate
Il progetto “L'Appia Antica. Una via per l'impero” si arricchisce, con l’editoriale In viaggio verso Brindisi del Poeta Vincenzo Guarracino, di una ulteriore perla di cultura mediterranea. Il saggio non è una introduzione all’Appia Antica ma una riflessione di freschezza intellettuale sul significato culturale, antropologico e letterario del viaggio, assunta con il filtro dei classici e, in particolare, dell'Iter Brundisinum di Orazio.
Il cuore della ricerca è presentato in una rilettura originale del viaggio oraziano che l’autore invita a non considerarlo soltanto come una descrizione autobiografica o storica, ma come la narratio di una finezza e sottile insofferenza esistenziale in cui il Poeta delle Satire è un uomo riluttante, costretto a seguire Mecenate in una missione politica che sente estranea alla propria natura. All'ironia e al tono formalmente leggero del testo, l'autore affianca un senso di disagio, di fatica e di distanza dal potere di Ottaviano; egli ridimensiona volontariamente un evento che avrà un peso decisivo nella storia di Roma, il foedus Tarentinum, cioè il patto di riconciliazione e di spartizione del potere tra i due principali triumviri Ottaviano (poi Augusto, 27 a.C.) e Marco Antonio, per evitare una guerra civile e ridefinire gli equilibri del nascente impero.
La missione, raccontata attraverso la satira, diventa una riflessione sul difficile rapporto tra intellettuale e potere. Guarracino dialoga nel testo con
Montaigne, Ungaretti, Pavese, Auerbach, Freud e altri grandi interpreti della cultura occidentale, e costruisce una vera e propria "fenomenologia del viaggio"; il muoversi è un fatto dinamico, proiettato in avanti, partire alla ricerca di qualcosa che spesso non è noto; allo stesso tempo significa lasciare tracce e confrontarsi con il caso, con la memoria e con il continuo processo di trasformazione dell'identità. La strada diventa così simbolo della vita e la narrazione del viaggio va interpretata come una forma di conoscenza e di autocoscienza.
Lo scrittore porge anche attenzione all'Appia Antica sia come eccellenza dell’ingegneria romana, sia come luogo di memoria storica: la "Regina Viarum" viene evocata come strada militare, commerciale e culturale, teatro di grandi eventi politici e insieme monumento fragile, sopravvissuto attraverso rovine che continuano ancora oggi a raccontare la grandezza e la caducità della civiltà romana.
L'editoriale colpisce soprattutto per la ricchezza della fitta rete di rimandi, citazioni, calchi e parodie letterarie; Guarracino analizza l’opera del Venosino non solo come un documento geografico o biografico del 37 a.C., ma come una struttura letteraria stratificata, dove ogni tappa del cammino richiama un testo della tradizione greca o latina.
Il testo offre un contributo di alto profilo culturale al progetto di Ambiente e Cultura Mediterranea sull’Appia Antica, ricordando che le grandi vie non sono soltanto infrastrutture della storia, ma percorsi di memoria e di letteratura. In questo contesto l’Appia rappresenta parte della coscienza mediterranea, storia e cultura di uno spazio comune che unisce i popoli affacciati sul Mediterraneo.
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Istituto di Istruzione Superiore “E. Fermi”
Montesarchio (BN)
Rosalba Coppolaro
È laureata in Filologia, letterature e storia dell’antichità classica a Siena e diplomata in Biblioteconomia in Vaticano. Dal 2022 insegna lettere ed è Referente della biblioteca scolastica presso l’Istituto "Enrico Fermi" di Montesarchio. Si dedica con passione alla promozione della lettura e a progetti inclusivi e formativi per gli studenti.
Maria Giuseppina D'Ambrosio
Laureata in Materie Letterarie a Napoli, ha conseguito i diplomi in Pianoforte e in Organo e Composizione Organistica al Conservatorio di Benevento. Dopo aver insegnato nella scuola dell'infanzia e primaria, dal 2007 è docente di Lettere, Storia e Latino presso l’Istituto "Enrico Fermi" di Montesarchio.
Giuseppina Florio
Architetto libera professionista e CTU per il Tribunale di Benevento, si è laureata in Architettura a Napoli con focus su progettazione e restauro. Ha collaborato con diversi studi tecnici per opere pubbliche e private. Dal 2023 insegna Disegno e Storia dell'Arte all'Istituto "Enrico Fermi" di Montesarchio, dopo precedenti esperienze al Galilei-Vetrone e al Lombardi.
Giovambattista Teti
Laureato in Lettere Moderne alla "Federico II" con una tesi storica sulla Valle Caudina, si è abilitato all'insegnamento tramite la S.I.C.S.I. Dopo aver insegnato in diverse regioni dal 2003, nel 2024 ha ottenuto il passaggio di ruolo presso l’Istituto "E. Fermi" di Montesarchio. Qui si occupa tuttora dell'insegnamento di discipline letterarie, geostoria e latino.
Caterina Zimbardi
Ha conseguito il diploma in Ceramica ad Avellino e quello in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Docente di Disegno e Storia dell'Arte dal 2007, insegna dal 2017 presso l’Istituto "Enrico Fermi" di Montesarchio. Nella sua attività coniuga stabilmente la formazione artistica con l’impegno nella didattica.
L’eco del tempo tra pietra e acqua: il genio romano rigenerato dal “Fermi” di Montesarchio
di Italo Abate
Il progetto “L’Appia Antica. Una via per l’impero” compie un singolare balzo in avanti, consolidando la sua struttura culturale grazie a un nuovo e illuminante contributo editoriale firmato dall’IIS “Fermi” di Montesarchio (BN). Lo studio, La via delle acque: tra segni di pietra e flussi di storia, frutto della rigorosa ricerca scientifica condotta da un team di docenti d'eccellenza – Rosalba Coppolaro, Maria Giuseppina D’Ambrosio, Giuseppina Florio, Giovambattista Teti, Caterina Zimbardi – e sapientemente coordinato dalla Dirigente scolastica Pasqualina Luciano, rappresenta un vero e proprio atto d’amore e di riscatto per la memoria storica del Sannio.
L'indagine si inserisce con audacia lungo il mitico tracciato della Regina Viarum, focalizzandosi sul segmento viario compreso tra Caudium e Beneventum. Qui, la ricerca accende i riflettori su sei storici ponti romani che da oltre duemila anni resistono come silenziosi guardiani del territorio: Tufaro, Tre Santi, Apollosa, Corvo, Serretelle e Leproso.
La narrazione prende il via con il Ponte Tufaro, caratterizzato dalla sua iconica e affascinante struttura a schiena d'asino. Spingendosi oltre, l'opera mappa il Ponte Tre Santi, che un tempo sfidava il torrente San Giovanni con tre maestose arcate. Al chilometro 252 dell'Appia emerge il Ponte di Apollosa, un pregevole e intatto manufatto di epoca augustea in blocchi di calcare locale, le cui imponenti fondazioni sembrano oggi dialogare e intrecciarsi in un abbraccio eterno con una lussureggiante vegetazione. Non mancano le note drammatiche e poetiche in questo racconto storico: un destino ben più severo e ingiusto è toccato infatti al Ponte Corvo, barbaramente abbattuto tra il 1968 e il 1969 in nome di una frettolosa modernizzazione della carreggiata. Il mutamento profondo e quasi surreale del paesaggio è invece splendidamente simboleggiato dal Ponte delle Serretelle: un'elegante struttura a tre arcate che oggi, per un bizzarro capriccio della natura, non tocca più l'acqua; il torrente ha infatti modificato stabilmente il proprio letto, lasciando il ponte all'asciutto, sospeso nel tempo come una bellissima reliquia. Il culmine di questo itinerario idraulico e stradale si raggiunge infine all'ingresso di Benevento con il celebre Ponte Leproso vero e proprio "acquedotto di civiltà" che scavalca il fiume Sabato; il ponte, a cinque archi, segnava l'accesso trionfale in città attraverso Port' Arsa e mostra ancora oggi la straordinaria competenza idraulica romana nei suoi piloni differenziati (rostrati a monte e rotondi a valle). Il ponte Leproso si presenta oggi come un affascinante mosaico di fregi, iscrizioni e reimpieghi funerari ed è ammirato come struttura sospesa sull'acqua quale leggendario emblema di una storia millenaria che unisce popoli, ingegno e territorio.
La ricerca non si limita alla struttura ingegneristica, ma restituisce vita alla storia sociale ed economica. Benevento viene dipinta come una urbs vibrante che in epoca imperiale seppe imporsi come un polo commerciale d'assoluta avanguardia nel cuore dell'Impero, proprio grazie al perfetto connubio tra la viabilità terrestre e le sue ricche vie fluviali.
Questo legame profondo con l'acqua non si è mai spezzato: nei secoli successivi, e per tutto il Medioevo, la gestione delle risorse idriche ha mantenuto la sua centralità convertendosi nell'avveniristica industria molitoria alimentata dai fiumi Sabato e Calore. L'area di Santa Clementina, a ridosso del leggendario Ponte Leproso, divenne così, a partire dall'XI secolo, il cuore pulsante e il fulcro economico dell'intera comunità.
Siamo di fronte a un'opera scientifica di straordinario spessore e di vitale importanza. Analizzando il territorio-cerniera compreso nella Valle del Serretelle-Corvo-Calore, questo studio non solo dimostra magistralmente il ruolo funzionale e strategico dei ponti nella viabilità romana, ma celebra l'ineguagliabile capacità ingegneristica repubblicana e imperiale. I ponti, riscoperti dai docenti del "Fermi", non sono semplici ruderi, ma veri e propri "segni distintivi" di un territorio antico che ha saputo fare dell'acqua la sua più grande risorsa di sviluppo.
L’IIS “Fermi” di Montesarchio firma così una pagina di altissima cultura, offrendo alla comunità scientifica e ai cittadini non solo una ricerca approfondita, ma una bussola per comprendere come l'ingegno umano possa, oggi come ieri, dialogare con la natura per generare progresso economico, identità e bellezza.
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Lorenza Ilia Manfredi
Archeologa, già Dirigente di Ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e attualmente Senior Associate presso l’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale (ISPC-CNR). Specialista delle civiltà fenicia e punica, si occupa di numismatica, epigrafia, storia economica e archeometallurgia del Mediterraneo antico. Ha diretto numerose missioni archeologiche internazionali in Algeria, Marocco, Albania, Macedonia del Nord, Portogallo e Francia, con particolare attenzione allo studio delle reti commerciali, delle attività minerarie antiche e delle relazioni tra il Mediterraneo e il Sahara. È autrice di monografie e saggi di riferimento sul mondo punico e coordina progetti di ricerca internazionali dedicati all’archeologia del Mediterraneo occidentale.
Gianluca Mandatori
Archeologo e Dottore di ricerca in Filologia e Storia del Mondo Antico presso la Sapienza-Università di Roma, ha conseguito il perfezionamento presso la Scuola Archeologica Italiana di Atene. Si occupa principalmente di numismatica antica, tardoantica e medievale, epigrafia latina e storia economica del mondo romano. I suoi interessi di ricerca riguardano in particolare la circolazione monetaria nell’Italia romana e medievale, con attenzione ai contesti archeologici del Lazio meridionale, della Sardegna e dell’Italia centrale. Ha studiato e catalogato materiali numismatici provenienti da numerosi scavi e collezioni museali in Italia e all’estero. Attualmente svolge attività di ricerca, catalogazione e valorizzazione del patrimonio numismatico presso diversi musei del Lazio, collabora a progetti internazionali di studio della moneta antica e medievale ed è impegnato nell’aggiornamento di corpora epigrafici e numismatici.
Intercettare il Mediterraneo: la strategia marittima della Via Appia
“Come la ricerca di L.I. Manfredi e G. Mandatori trasforma la 'Regina Viarum' da asse militare a spazio logistico per il controllo dei traffici cartaginesi”.
di Italo Abate
La ricerca di Lorenza-Ilia Manfredi e Gianluca Mandatori, “La Via Appia e il controllo delle reti tirreniche. Roma, Cartagine e la costruzione del corridoio verso la Campania”, riesce a demolire la tradizionale visione storiografica della Via Appia come infrastruttura puramente terrestre e militare e propone che l’Appia, nel tratto Roma-Capua, sia stata uno strumento della repubblica romana per "territorializzare" e controllare reti di scambio marittimo-tirreniche preesistenti, dominate da Cartagine e mondo punico.
Il saggio dimostra perfettamente che la Via Appia non era un’isolata infrastruttura del territorio interno della Campania, ma un asse strettamente connesso al mare: gli autori non considerano la strada una semplice “via”, ma ne analizzano l'attitudine a intercettare approdi, porti e vie fluviali ‒ come il sistema del Garigliano a Minturnae ‒ e offrono una valida tesi di come un'infrastruttura terrestre potesse servire al controllo di dinamiche marittime. Spazi marittimi dove le due potenze, Roma e Cartagine, avevano interessi convergenti e concorrenti.
Questa interazione era ben nota già due secoli prima della costruzione dell’Appia (nel 508/509 a.C.), quando Roma aveva appena trasformato la propria forma istituzionale da monarchia a repubblica; gli studiosi si riferiscono qui al primo trattato romano-cartaginese tramandato da Polibio. I ricercatori rendono così leggibile una strategia in cui, a fronte dell’egemonia marittima di Cartagine che imponeva le proprie regole, Roma perseguiva tutele politiche per le città costiere del Lazio (Ardea, Anzio, Circei, Terracina).
Da queste diverse valutazioni storiografiche consegue una scomposizione geografica utile alla “costruzione del corridoio” verso la Campania; viene presentata, infatti, un’analisi in macro-sistemi territoriali in sequenza ‒ Latium Vetus, Lazio meridionale, Golfo di Gaeta ‒ lungo i quali si sviluppa l’avanzata logistica e strategica di Roma; ovvero, verso Capua, tracciata dalla strada e consolidata successivamente dalla fondazione di colonie determinanti per l’espansione territoriale, come Antium, Minturnae e Sinuessa (nel 296 a.C.).
Lo studio è supportato dalla citazione di reperti archeologici (anfore commerciali, ceramiche da mensa e bolli epigrafici) che dimostrano come i territori attraversati dall’Appia fossero pienamente integrati nei circuiti commerciali cartaginesi. La ricerca di Manfredi e Mandatori proietta anche l’immagine di uno scontro tra due modelli geopolitici classici: Cartagine come potenza talassocratica, che gestisce un impero basato sul dominio delle rotte marittime, dei flussi commerciali e degli scali costieri, e Roma come potenza territoriale. L'aspetto geopolitico più affascinante dell'Appia è che la “Via” rappresenta lo sforzo di una potenza terrestre di esercitare un potere marittimo senza possedere ancora una flotta egemone.
Roma utilizza il proprio territorio come una "piattaforma di terra" per intercettare, monitorare e condizionare le rotte costiere; lo spazio liquido del mare viene sottomesso allo spazio territoriale attraverso la militarizzazione e la logistica. Sul piano teorico e dell’impostazione storica, il testo cattura l'attenzione per il dinamismo dei fatti narrati, come la circolazione mediterranea, la navigazione lungo le rotte tirreniche e i flussi commerciali. Risulta inoltre di grande interesse per l'analisi delle dinamiche geopolitiche e diplomatiche, delineando chiaramente sfere di influenza, limiti geografici ed espansionismo romano. Il saggio propone una visione in cui diventano tangibili sia il cambiamento dell’ager Campanus e del Latium, sia la territorializzazione dello spazio attraverso le relazioni, la costruzione del corridoio campano e la fondazione di colonie. L’analisi è al tempo stesso creativa e innovativa, poiché introduce una vera res nova: l’idea che l’Appia non sia stata solo un asse strategico-militare verso il sud della penisola, ma uno “spazio lineare” logistico per intercettare il traffico marittimo.
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Giampiero Galasso
Archeologo professionista di I Fascia, si occupa di ricerca archeologica, tutela del territorio e valorizzazione dei beni culturali. Ha maturato una lunga esperienza nel recupero e nello studio del patrimonio archeologico, svolgendo attività di scavo, catalogazione e consulenza per enti pubblici e società private. È stato direttore scientifico del Museo Civico di Altavilla Irpina, del Museo Archeologico di Carife e del Museo Archeologico di Bisaccia. Iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal 1990, scrive per la rivista Archeo dal 1999. È autore dei volumi Diventare archeologo. Formazione e professione (2017) e Manuale di archeologia preventiva. Normative e procedure operative (2023).
La Valle Caudina: un'avanguardia culturale nel Sannio anticodi Italo Abate
di Italo Abate
L’editoriale di Giampiero Galasso “Caudium e la Via Appia. Forme dell'insediamento e dinamiche territoriali” offre una rilettura sistemica delle evoluzioni politiche ed economiche di Caudium, evidenziando come la Valle Caudina abbia agito quale baricentro geopolitico e spazio di mediazione culturale ben prima della monumentalizzazione romana della Regina Viarum.
Nell’immaginario storiografico tradizionale, il mondo sannitico è stato a lungo ridotto allo stereotipo dei pastori-guerrieri arroccati sulle difese di collina, mentre l'analisi topografica e archeologica di Galasso supera questa visione lineare e dimostra come i Sanniti Caudini rappresentassero un microcosmo aperto e precocemente inserito nei circuiti commerciali dell'Italia preromana. Infatti, la successiva costruzione della Via Appia non creò un asse viario dal nulla, ma si innestò su un tracciato già consolidato inserendolo in una rete politica, militare e amministrativa di scala sovraregionale, trasformando il transito da vocazione naturale a componente strutturale dell'impero.
Emerge dalla ricerca che la Valle Caudina, corridoio naturale tra i massicci del Taburno e del Partenio, era una continuità insediativa che dall'Eneolitico si stabilizza tra l'Età del Ferro e l'VIII secolo a.C., come documentato dalle circa tremila sepolture di fondovalle. I complessi rituali dei tumuli e la presenza di monumentali pithoi (vasi da derrata) attestano una precoce stratificazione sociale. L'élite locale mostrava già una chiara differenziazione di genere: se i corredi maschili esibivano il rango attraverso le armi, quelli femminili riflettevano un ruolo cerimoniale e di alta rappresentanza, sancito dal ritrovamento di obeloi (spiedi in ferro) e sfarzose parure in ambra baltica di importazione adriatica. Ne consegue che, lungi dall'essere una periferia isolata, i caudini si configurano come una gens capace di coniugare l'ethos bellico con la raffinatezza di una società pienamente inserita nel dialogo trans-appenninico con etruschi, greci e latini.
Questa complessità si riflette anche sul piano istituzionale; re vera, nostra opinio est che i caudini, per la loro posizione di frontiera a diretto contatto con la pianura campana, abbiano sviluppato una vera e propria diplomazia di confine. In quest'ottica, la magistratura del meddix caudino (il touoto caudino) potrebbe aver assunto competenze specifiche – legate alla gestione dei transiti, dei dazi e delle relazioni diplomatiche – differenziandosi parzialmente dai meddices delle aree interne del Sannio (i Pentri), tradizionalmente legati a funzioni civili, sacrali e militari globali; ciò perché Caudium operò strutturalmente come un centro di mediazione tra l'entroterra italico, le città etrusco-campane e le poleis magno-greche.
Lo sviluppo socio-urbano del centro si articola in quattro grandi macro-fasi: L'egemonia sannitica (VIII-IV sec. a.C.) durante la quale si ha uno sviluppo della civitas, sostenuto dall'aristocrazia terriera e mercantile; La transizione e la conquista (III-I sec. a.C.) in cui l’oppidum subisce una profonda ristrutturazione territoriale coincidente con le guerre sannitiche e l'avvio della colonizzazione romana;
L'età municipale (I sec. a.C. - II sec. d.C.) è la fase di massimo splendore urbanistico in cui Caudium ottiene lo status di Municipium e beneficia direttamente del potenziamento strutturale della Via Appia; La contrazione tardoantica (III-V sec. d.C.) il Municipium si sposta dalla pianura verso il colle di Montesarchio, modificandosi radicalmente la topografia del sito.
La solidità istituzionale di questa transizione trova riscontro sia nelle fonti letterarie – dalle menzioni di Plinio il Vecchio nel catalogo dei municipi sannitici (Nat. Hist. III, 105) alla nota testimonianza oraziana della quinta Satira, fino alle indicazioni delle distanze viarie negli Itineraria (21 miglia da Capua, 11 da Benevento) – sia nel quadro epigrafico. I decreti dell'ordine decurionale e le menzioni di magistrature locali (duoviri, quattuorviri e pontifices) documentano l'esercizio di una piena autonomia amministrativa e l'iscrizione dei cittadini alla Tribù Falerna.
Il merito metodologico della ricerca di Giampiero Galasso risiede proprio nel restituire l'immagine di una comunità fortemente relazionale; l'adozione di un impianto urbanistico regolare, la presenza di fornaci e l'uso strutturale delle architetture in tufo estratto dalle cave di Saticula dimostrano una precoce assimilazione ai modelli culturali del Mediterraneo urbano. Una società in cui l'oligarchia locale seppe convertire la fiera attitudine militare – che nel 321 a.C. determinò l'umiliazione delle Forche Caudine per Roma – in una sofisticata capacità di adattamento (civitas, oppidum, municipium, “urbs”), che garantì alla città caudina autonomia e vita fino all’alba del Medioevo.
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Fabia Baldi
Stimata poetessa, saggista e critica letteraria di rilievo internazionale. Autrice di cinque raccolte poetiche; la sua produzione lirica è stata tradotta in spagnolo e in romeno. A questa si aggiungono due prefazioni scritte per i libri di Corrado Calabrò, edite nelle rispettive traduzioni in lingua portoghese e svedese. Collabora con le maggiori riviste italiane di italianistica. La sua ricca produzione le è valsa prestigiosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il Premio Rodolfo Valentino, il Premio Carrera e lo Spoleto Art Festival. Svolge un'intensa attività come organizzatrice di eventi culturali, giurata e fondatrice del Premio "Elisa Bonaparte Baciocchi". Nominata "Ambasciatore della lettura" dal CEPELL nel 2021, è una presenza costante nei più importanti saloni e festival del libro.
Regina Viarum: il cammino della storia tra versi e rovine
di Italo Abate
L’editoriale “Suggestioni letterarie della via Appia attraverso la storia: da Regina viarum a Regina litterarum” di fabia Baldi - saggista e critica letteraria di rilievo internazionale - si configura come un’operazione geo-letteraria di straordinario fascino e ambizione.
Il testo riesce nell'intento di fondere la precisione storico-ingegneristica alla più raffinata esegesi testuale, gettando un ponte ideale tra l’infrastruttura della logistica romana, l’immaginario estetico del Grand Tour ottocentesco e l'impegno civile del cammino contemporaneo.
L’editoriale nella prima parte storica rievoca una stratificazione del tempo e fa rivivere le suggestioni di Goethe, Dickens, Zola, de Stael e Carducci che trasmettono l'immagine di una maestosità monumentale dell’Appia Antica unita al senso del tempo che scorre.
L’autrice colloca la ricerca di Rumiz in apertura come "gancio" contemporaneo alla storia e diventa così la lente interpretativa necessaria a decodificare le stratificazioni del passato, trasformando l'itinerario fisico in un pellegrinaggio della memoria.
Ma il “core letterario” del saggio è nella dialettica sotterranea che la Baldi evoca tra una realtà antica e un romanticismo moderno; nell’area narrativa dedicata alla romanità, citando Orazio e Cicerone, lei compie una metamorfosi dello spazio: l'Appia è una strada viva, caotica, sporca e profondamente calata nella contingenza politica e fisica; in Orazio, (Satire), è la strada delle zanzare, delle rane, del "vin grosso", dei barcaioli insolenti e dei disturbi gastrici e oculari dei poeti mentre in Cicerone, nelle epistole e nelle orazioni (Pro Milone), la via diventa lo scenario della violenza politica (l'omicidio di Clodio a Boville) e della sofferenza personale dell'esilio. La scrittrice presenta comunque la via Appia non come uno sfondo inerte, ma un attore co-protagonista della storia letteraria, un medium dello scontro di potere della tarda repubblica.
Con gli scrittori moderni citati dall’autrice l 'Appia viene trasformata da arteria della vitalità imperiale in un "cimitero monumentale d'Europa": Goethe, Dickens, Zola, de Stael e Carducci non cercano più la strada come percorso da seguire per raggiungere uno spazio lontano, bensì per inebriarsi nel silenzio, nella solitudine dell’esistenza e nel sublime archeologico, concetti che sarebbero stati inconcepibili per Orazio o Cicerone.
L’analisi si presenta, infatti, come un’affascinante e ambiziosa mappatura geo-letteraria proponendosi di dimostrare in che modo un’infrastruttura militare e commerciale della Roma antica abbia subito una decodificazione, nel corso di oltre due millenni, in uno spazio di arte poetica e di canone letterario itinerante.
La ricerca è strutturata in modo da far dialogare la satira, l'epistolografia, il romanzo naturalista, la prosa di viaggio contemporaneo e la poesia barbara (Carducci); allo stesso tempo dimostra efficacemente come la via Appia abbia generato una sua propria letteratura, diventando uno "spazio della mente" ed i vari passaggi ciceroniani, come l'inclusione della Pro Plancio e della Pro Milone ormeggiano l'opera alla realtà storica e geografica del tempo.
Il saggio di Fabia Baldi è un'opera di rilevante valore culturale e critico; ha il merito di non limitarsi a una infeconda elencazione di passi letterari, ma riesce a delineare una vera e propria storia del sentimento occidentale davanti ai monumenta.
Il passaggio da Regina viarum (strada del potere dell’aristocrazia romana) a Regina litterarum (strada della memoria poetica e del rimpianto) viene indagato seguendo un interessante percorso testuale che restituisce al lettore la percezione precisa di come l'Appia non sia mai stata semplicemente un nastro di pietra, ma una linea narrativa ininterrotta che si sviluppa nell’immaginario della cultura occidentale.
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Pasquale Marro
Laurea in Lingue e Letterature dell’Europa Occidentale, Sez. Romanza; già Docente di Lingua e Letteratura francese, Docente universitario e Tutor dal 2006 al 2009 nei Master post-universitari di primo e secondo livello presso l’Università Europea di Roma; è Giornalista pubblicista e Direttore responsabile del quotidiano on-line L’inserto e delle riviste La Scuola e L’Uomo-Ricerche occupandosi in particolare di deontologia professionale e codici etici applicati al mondo della scuola e della formazione.
Maria Laudando
Docente di Lettere; Master biennale in Linguistica e Studi letterari; è Giornalista pubblicista, docente nei Corsi TFA presso l’Università LUMSA di Roma, Anno accademico 2025/2026; docente distaccata presso UCIIM nazionale (Unione Cattolica Italiana Insegnanti, Dirigenti, Educatori, Formatori) di Roma dove contribuisce al dibattito pedagogico e formativo. Nel suo approccio, la scuola è intesa come un luogo inclusivo che deve formare la persona attraverso il pensiero critico e la responsabilità verso la comunità

Una prospettiva innovativa sulla penetrazione del cristianesimo nella Valle Caudina
di Italo Abate
La ricerca sull’Appia Antica approfondisce la penetrazione del cristianesimo nella Valle Caudina con una acuta analisi di Pasquale Marro e Maria Laudando; gli autori sostengono il superamento di una evangelizzazione occasionale o monumentale proponendo invece il fenomeno come un processo “bio-sociale” di riversamento capillare ‒ dai diversi gruppi sociali che transitavano lungo l’Appia ‒ cui conseguì una mutatio della “Via” in un condotto ideologico. Le istanze mistiche e le sensibilità monoteistiche ‒ di cui erano portatori i gruppi ‒ furono travasate utilizzando le domus ecclesiae e le stationes, sedi idonee di riservatezza e posizionamento nel contesto agricolo per evitare il controllo e la repressione del potere romano. Il cristianesimo si impose dunque in maniera silenziosa utilizzando le trame delle relazioni micro-sociali e del vivere rurale. La diffusione fu favorita dall’essere la Valle Caudina uno spazio geografico di interscambio tra Capua e Benevento utilizzato continuamente dai flussi antropici di mercanti, artigiani, funzionari imperiali… che percorrevano l’Appia. Questo irraggiamento culturale non trova riscontro però, sostengono Marro e Laudando, in ipogei o catacombe che sono invece presenti lungo la Regina Viarum nei pressi dei grossi centri urbani, probabilmente per la ruralità della valle; questa assenza di monumentalità del cristianesimo, ovvero, una forma di mimetismo religioso, non scomparve neanche con la visibilità assegnata al cristianesimo con l’Editto di Costantino del 313 d.C.; la Valle Caudina, quindi, va letta sul piano storiografico-religioso come spazio geografico coinvolto nel cristianesimo, per la presenza dell’Appia, ma allo stesso tempo un’area che non reca alcuna firma di quella religione. Solo in epoca longobarda e altomedioevale viene attuato un processo di risignificazione dell’area caudina con l’occupazione di ambienti naturali e marginali; si determina in tal modo la sacralizzazione delle cavità rupestri e l'insediamento di eremiti alla ricerca di soddisfare un bisogno di ascesi e preghiera isolata. Esemplare in tal senso la Grotta di San Simeone, sulle pendici meridionali del Taburno, espressione di una spiritualità monastica e ritualità rurale nel tentativo di collegare i cicli agrari alla liturgia cristiana; il Santo veniva infatti venerato per una specifica funzione devozionale legata ai fenomeni atmosferici: “Ecce iam serenat” (Ecco, è arrivato il sereno!) come si legge nella iscrizione del 1601 ancora presente all’interno della grotta e con l’immagine del Santo che indica il sereno.
La Via Appia, originariamente legata ad una funzione militare, si ridefinì così come un corridoio di pellegrinaggio e un asse di propagazione dei culti celebrativi, consolidando un modello storico in
cui l'infrastruttura antica e la fede religiosa si fusero per soddisfare sia le esigenze spirituali e sociali, sia per plasmare l'immaginario della popolazione caudina.
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Carlo Di Lieto
Carlo Di Lieto, è docente di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Ha scritto numerose pubblicazioni relative al rapporto Letteratura/Psicoanalisi e saggi critici, in chiave psicoanalitica, sulla produzione di Pirandello, Carducci, Leopardi e Pascoli, sulla poesia dell’Otto-Novecento e su quella contemporanea. In circa vent’anni ha scritto diversi saggi e monografie su Papini, Bonaviri, Colucci, Mazzella, Calabrò e Fontanella. I suoi testi sono in adozione presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, l’Accademia di Belle Arti di Napoli e presso la Cattedra di Lingua e Letteratura italiana dell’Università Statale di New York.
L’identità di Orazio nel suo Iter Brundisinum del 37 a.C.
di Italo Abate
Iniziamo le pubblicazioni del progetto culturale “L’Appia Antica. Una via per l’impero” con l’editoriale del prof. Carlo Di Lieto che offre un’accurata esegesi della Quinta Satira del primo libro di Orazio, nota come Iter Brundisinum; la ricerca non si limita a una ricostruzione topografica del viaggio compiuto nel 37 a.C. lungo la Via Appia, ma scava nell'identità del poeta, rivelando il viaggio come metafora di una ricerca interiore. Si evidenzia un paradosso narrativo: Orazio partecipa a una missione diplomatica di altissimo livello — il tentativo di pacificazione tra Ottaviano e Antonio — ma sceglie di de-storicizzare l'evento; la grande storia scompare infatti dietro il sermo cotidianus, l'attenzione si sposta su piccole cose: le zanzare delle paludi pontine, il fumo lacrimoso di una villa a Trevico e il litigio tra i mimi Sarmento e Messio. Il viaggio è celebrato come un’esperienza di comunione intellettuale. L'incontro con Virgilio, Plozio Tucca e Vario Rufo genera un’esultanza che Orazio sintetizza nel celebre verso: "Nihil ego contulerim iucundo sanus amico" (Nulla, finché avrò senno, paragonerò a un caro amico). Carlo Di Lieto coglie con attenzione tutto il pulsare dell’animo di Orazio: la via Appia viene descritta non solo come asse strategico ma come palinsesto storico culturale; la presenza dei sepolcri introduce il tema della morte e della memoria; una strada che svolge il ruolo della transizione dal mondo pagano a quello cristiano; il viaggio stesso viene interpretato come pulsione viatoria. L’autore, citando Seneca e Socrate osserva come Orazio conosca bene che il viaggiare non curi “il male dell’anima” e che quel viaggio sia un tentativo di sfuggire all’inquietudine e ai conflitti interiori. Orazio non cerca quindi l’eccezionalità ma una “bonaria normalità” insegnando che la vera serenità non si trova cambiando caelum ma educando lo spirito ratio et prudentia. Il viaggio verso Brindisi è il racconto della normalità; il viaggio di un uomo libero che, pur muovendosi tra i detentori del potere della repubblica romana, rivendica la semplicità della vita.
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